Aiuteranno pazienti con ansia e depressione

Psicologia, i cavalli “indossano il camice”
per curare quattro donne

di oggisalute | 11 maggio 2017 | pubblicato in Attualità
cavalli

Nella provincia di Milano c’è un luogo magico lontano dal caos della città, fatto di prati verdi e distese alberate, dove i cavalli diventeranno terapeuti e 4 donne ritroveranno se stesse. Un mondo alla rovescia in cui gli animali ‘indossano il camice’ e le persone si fanno ‘curare’ da loro le ferite interiori. In gergo tecnico si chiama ‘Equine Assisted Psychotherapy’, è un vero e proprio intervento terapeutico che può essere utilizzato per diversi disagi psicologici ed è già diffuso da anni nel mondo anglosassone. Ora debutta in Italia. Qualche giorno fa nel centro ippico Torre dei Gelsi a Cisliano, si è tenuta la prima di 10 sedute per 4 pazienti – tutte donne, dai 30 ai 45 anni – con un’équipe composta da 4 persone (per un rapporto 1 a 1). Un progetto promosso dall’Associazione ippica Horse Way.

A importare questo tipo di psicoterapia è stata Jessica Lamarina, psicologa e psicoterapeuta, responsabile clinica dell’Arpa (Associazione di ricerca psicologica applicata fondata da Cesare Musatti e Rodolfo Reichmann), che si è formata e specializzata su questo fronte in Inghilterra. In terra britannica, infatti, i primi centri sono partiti all’inizio degli anni 2000 e oggi se ne contano più di 360 attivi nella terapia che è stata formalizzata negli anni ’90 con l’Equine Assisted Growth and Learning Association (Eagala), di base in Usa. Un’intuizione che però affonda le sue radici nell’antichità. “Già Ippocrate, padre della medicina, suggeriva il ‘potere terapeutico’ del cavallo per ansia e depressione”, racconta Lamarina.

E le pazienti che daranno il via all’esperienza italiana “hanno avuto o sono in trattamento proprio per sintomi o per un quadro patologico di depressione e ansia”, spiega all’AdnKronos Salute. L’indicazione al trattamento – che prevede un ciclo di 10 sedute secche, non una di più, con cadenza settimanale – è stata data in seguito a un’attenta valutazione clinica. “Sono persone che hanno un percorso già avviato e con il cavallo si scioglieranno dei nuclei traumatici non ancora superati”.

“Questi straordinari animali – spiega la psicoterapeuta – possiedono un insieme di caratteristiche comportamentali e cognitive tali da costituire una fonte preziosa di risorse per il benessere psicofisico umano. Grazie alle loro attitudini e capacità comunicative possono divenire per l’uomo metafora delle relazioni di vita. Il cavallo-terapeuta è distrazione, affetto, accettazione per il paziente. Non giudica, come dovrebbe fare un bravo terapeuta umano, e induce a sviluppare una relazione al di fuori di sé, agisce da tramite per le relazioni sociali. Si crea un’interazione profonda, occupandosi di lui si è spinti a concentrarsi sull’altro e a prendersene la responsabilità”.

Persino le sue dimensioni giocano un ruolo, e le caratteristiche fisiche “che rendono facile un processo di attaccamento”. Il cavallo ha occhi dolci, è morbido e caldo, è molto grande ma un po’ timido e incerto, “cosa che spiazza i pazienti che sentono il bisogno di controllare tutto. Sfugge alla nostra volontà perché ne ha una sua. Il fatto che non sia aggressivo lo rende adatto a un ruolo di sostegno attivo”. Ma il suo affetto, il suo rispetto e la sua fiducia vanno guadagnati ed è una sfida, che porta a anche ad adattare di volta in volta i propri comportamenti.

I protocolli d’intervento, precisa Lamarina, “sottolineano la valenza terapeutica di tutte le attività di scuderia che coinvolgono il cavallo senza limitarsi al solo lavoro di sella. Il programma viene effettuato inizialmente ‘da terra’ e prevede attività come la cura, l’alimentazione, il governo e la conduzione dell’animale. Durante gli interventi si inserisce progressivamente l’istruttore e il terapeuta per stimolare al dialogo, all’elaborazione delle emozioni e dei comportamenti vissuti nel ‘qui e ora’”.

Questo animale, continua l’esperta, “garantisce una terapia fisica e psicologica. L’esperienza aiuta a gestire le proprie problematiche e abbassa i livelli di ansia e tensione emotiva. L’attività del montare a cavallo consente una presa di coscienza di sé e del proprio corpo. E poi ci sono gli effetti positivi sull’umore dell’attività fisica che contribuisce alla produzione per esempio di endorfine, serotonina”. Prendersi cura del cavallo “risulta gratificante, averci a che fare provoca emozioni intense e coinvolgimento emotivo. E’ un animale che rappresenta l’indipendenza e l’autostima e risulta utilissimo nei processi di autocontrollo e nelle relazioni oltre che per lo sviluppo della forza di volontà”.

In quanto essere vivente, fa notare Lamarina, “vive emozioni e stati d’animo propri. Molto spesso sono lo specchio di quelli che prova l’essere umano che si relaziona con lui. E comprendendolo si capisce anche qualcosa in più di noi. L’effetto ‘ponte’ della relazione mediata dal cavallo diventa un’occasione di introspezione e stimolo per riprendere in mano le redini della propria vita attraverso la fiducia in se stessi e nelle proprie potenzialità”.

Per la terapia equino assistita sono necessarie figure esperte e specializzate. L’équipe italiana, oltre che da Lamarina, è composta dall’istruttrice di equitazione Rebecca Daventport; da Carlotta Trovato, laureata in Scienze dell’educazione e della formazione con un’esperienza nel campo della riabilitazione equestre; ed Elena Bernoni, esperta che fra le altre cose dal 2013 pratica come operatore di interventi assistiti con gli animali all’ospedale dei bambini Vittore Buzzi di Milano. Al termine di ogni seduta si dedicano una ventina di minuti a fare il punto sul lavoro fatto e si condivide con gli altri. “E’ una sorta di viaggio collettivo, alla pari – conclude Lamarina – Io che sono la clinica conduco, ma è un lavoro di gruppo che si realizza sia nell’ambiente rilassante del paddock, dove anche il cavallo riceve indietro qualcosa (il suo benessere è centrale),  sia nella seduta ‘plenaria’ dove si affrontano esercizi particolari per far emergere la parte più profonda. Al termine del ciclo di sedute, resta un ultimo passo in cui la clinica fa una restituzione di quello che è successo durante il percorso”.

(Fonte: Adnkronos)

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