Il futuro della ricerca

Amati all’estero hanno scelto l’Italia:
ecco i “cervelli” che tornano

di oggisalute | 9 novembre 2016 | pubblicato in Attualità
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Annalisa si è lasciata alle spalle 8 anni a Boston negli Usa, Graziano 4 anni a Cambridge in Inghilterra, Matteo 8 anni divisi equamente fra una costa e l’altra degli States, da La Jolla in California a Boston nel Massachusetts. In comune hanno una vita in camice bianco, ore di lavoro ‘lacrime e sangue’ in laboratori all’estero dove si sono fatti apprezzare per le loro doti di scienziati, e una traiettoria che li ha portati prima a lasciare l’Italia e poi a tornarci per continuare in patria la loro missione di ricerca. Sono i cervelli italiani che invertono la marcia: dalla ‘fuga’ al rientro, grazie a un maxi finanziamento.

Qualcuno, infatti, ha scommesso sul loro talento con microscopi e pipette e ha messo a disposizione i mezzi – tanti – per far sì che i loro sogni scientifici nel cassetto si potessero trasformare in risultati tangibili nel Belpaese, non altrove. E’ la Fondazione Giovanni Armenise-Harvard, realtà no profit che oggi celebra il suo 20esimo compleanno a Milano, con un evento tutto dedicato al ruolo sociale e culturale della ricerca di base, quella in cui sono impegnati i 22 scienziati di cui la Fondazione ha permesso il ritorno. La scommessa vale “un milione di dollari” a cervello, perché non basta riportarli in Italia. “Vanno messi in grado di camminare con le loro gambe nel giro di 5 anni”. Una ‘start-up’ in piena regola.

‘LOVE STORY’ CON LA RICERCA – Per Annalisa Di Ruscio, oggi scienziata 37enne a capo del laboratorio ‘Rna Research’ della Giovanni Armenise-Harvard Foundation all’università degli Studi del Piemonte Orientale Amedeo Avogadro, galeotto fu “un Erasmus a Cardiff, al quarto anno di Medicina”. Anno che coincide con la sua prima volta in un laboratorio. Da allora, racconta all’AdnKronos Salute, “non ho più smesso, anche se il tipo di ricerca che faccio è diverso”.

Matteo Iannacone, 40 anni, oggi è uno dei ‘golden boy’ dell’Istituto scientifico San Raffaele di Milano dove dirige il laboratorio di ricerca ‘Dynamics of immune responses’. Nato e cresciuto nella metropoli, per lui il colpo di fulmine con la ricerca e “la potenza del metodo scientifico” è scattato a un seminario tenuto al San Raffaele da quello che sarebbe diventato il suo mentore: Luca Guidotti, patologo sperimentale di fama internazionale nel campo delle epatiti virali. Oggi Guidotti è uno dei pilastri della ricerca targata San Raffaele (di cui è vice-direttore scientifico), ai tempi era uno scienziato in forze allo Scripps Research Institute di La Jolla. L’incontro segna il destino di Iannacone. Lui, giovane studente al sesto anno di Medicina, è impressionato. Capisce che il suo mondo è il laboratorio, più della corsia. Non ci pensa due volte: accende il pc e scrive una mail a Guidotti, che gli propone di andare a San Diego da lui. “Avevo 25 anni, ci ho messo 15 secondi a decidere e 2 settimane dopo ero già in volo”. Destinazione States.

Graziano Martello, oggi 36enne, alla soglia dei 30 era un biologo molecolare fresco di dottorato all’università di Padova con un chiodo fisso: “Mi sono sempre chiesto come fanno alcune cellule a cambiare identità durante lo sviluppo dell’embrione, chi sono davvero le cellule staminali pluripotenti”. Per saperne di più è volato a Cambridge, “dove c’è un laboratorio che è un punto di riferimento mondiale”. La sua parentesi estera dura 4 anni e mezzo.

TORNARE O RESTARE? – Per Annalisa, Matteo, Graziano e gli altri gli anni passano, il curriculum si allunga, i premi cominciano ad arrivare. La voglia di fare il grande salto – guidare un laboratorio – cresce. La domanda successiva è dove. E qui si apre un bivio: tornare o restare?

Loro hanno scelto l’Italia, anche se le motivazioni che hanno pesato sulla bilancia sono per ciascuno diverse. “Non mi mancava la mamma o la pizza”, sorride Iannacone. E l’Italia non era una meta prestabilita. Completata la formazione fra lo Scripps Research Institute di La Jolla e la Harvard Medical School di Boston, a muoverlo è stata “l’opportunità di lavoro migliore”. Quasi 6 anni fa ormai, “si sono create proprio in Italia le congiunture favorevoli”. Il maxi finanziamento della Fondazione Armenise-Harvard “mi consentiva di avviare un mio gruppo di ricerca a Milano, di assumere collaboratori e costruire un laboratorio hi-tech”.

Iannacone per le sue ricerche utilizza la microscopia intravitale. “Serve una tecnologia sofisticata per osservare in tempo reale le interazioni delle cellule del sistema immunitario con i virus e i tumori – riferisce – Al San Raffaele l’abbiamo messa in piedi in un ambiente di biosicurezza di classe III, la sola infrastruttura è costata quasi 3 milioni di euro e con i grant che abbiamo attratto ci abbiamo messo macchinari per più di un milione di euro”. I risultati sono arrivati (con tanto di pubblicazioni su riviste internazionali). E con essi nuovi finanziamenti.

È successo così anche a Di Ruscio che studia i meccanismi molecolari che possono attivare o disattivare geni in grado di fermare lo sviluppo di cellule tumorali. A Boston, insieme al suo gruppo di ricerca la scienziata di Sulmona ha identificato una classe di Rna che controlla la metilazione del Dna, e in Italia prosegue il lavoro “su un modello di malattia che sono le sindromi mielodisplastiche che evolvono a leucemia. Un buon modello per studiare le alterazioni della metilazione. L’ambizione, una volta individuati ‘i giocatori della partita’, è sviluppare molecole che possano riattivare in maniera specifica i geni silenziati a causa di una metilazione aberrante nei tumori”. Con Di Ruscio è volata a Novara per far parte della sua squadra anche una ragazza di Boston che “non ama le complicazioni della burocrazia italiana, ma la bellezza e l’accoglienza del Belpaese sì”. Tanti anni negli Usa “cambiano la vita”, riflette. “Io ero partita con l’idea di tornare prima o poi in Italia”.

PAROLE CHIAVE FINANZIAMENTI E MERITO – Il bello di andare fuori, dice Di Ruscio, “può essere quello di importare un modello. E’ una sfida bellissima. Anche se il riadattamento è complicato e mi manca l’internazionalizzazione che c’è negli Usa, una realtà più veloce e immediata dove il confronto con persone che lavorano a un alto livello è continuo”.

Per Martello la parentesi all’estero è stata anche occasione per “imparare ad apprezzare il bello del proprio Paese”. Ma anche lui non sarebbe tornato “senza finanziamenti”. Quando ha scelto di farlo, per avviare un suo laboratorio all’università di Padova, aveva 34 anni e la molla è stata un mix di ragioni personali e professionali. “Sarebbe stato forse più facile restare all’estero, in un ambiente vivace e stimolante, una vetrina dove tutto è a portata di mano e arriva prima e sei esposto a una quantità di incontri unica”, dice lo scienziato. “Io però – precisa – ho sentito anche una forma di dovere: ho avuto una formazione ottima e a costo zero in Italia, e ho pensato che sarebbe stato bello restituire qualcosa”. Da un lato le staminali embrionali, dall’altro le pluripotenti indotte (che sono valse il nobel al giapponese Shinya Yamanaka) che si ottengono riprogrammando cellule differenziate. La missione di Martello è conoscere meglio questo mondo, “scoprire nuovi geni importanti, nuove metodiche sempre migliori per generarle”. Ma il suo laboratorio si è concentrato anche su un’altra linea di ricerca, che riguarda l’uso delle staminali pluripotenti come modello per studiare le malattie neurodegenerative, in particolare la malattia di Huntington.

Il merito deve essere un motore chiave, sottolineano i tre scienziati. Perché, evidenzia Iannacone, “si parla sempre del fatto che non ci sono fondi sufficienti, ed è vero, ma il problema è anche come sono distribuiti”. Per questo un ricercatore “deve essere sempre pronto a far le valigie – conclude – Certo con l’età e i figli prima di partire ci pensi di più che a 25 anni. Ma io vado dove mi porta la scienza, la stessa scienza che ora mi tiene qui in Italia”.

(Fonte: Adnkronos)

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