Il caso della Svezia e dell'Italia

Parità di genere: paese che vai,
congedo parentale che trovi

di federica di martino | 20 aprile 2015 | pubblicato in Attualità
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Sono i padri i protagonisti del progetto fotografico di Johan Bävman dal titolo “Swedish Dads”, in cui le immagini raccontano di papà alle prese con i loro bambini, spesso impacciati nel districarsi tra pannolini e biberon. Un progetto che interroga su uno dei temi più interessanti in materia di genitorialità condivisa, ovvero quello del congedo parentale; commistione dunque tra la vita quotidiana, quella lavorativa, e l’irrompere della genitorialità, tema che ha sempre interrogato il materno, investendo negli ultimi anni nuove riflessioni anche dal fronte paterno.

La Svezia da anni investe ingenti fondi per garantire uguaglianza di genere, sia sul lavoro che all’interno delle mura domestiche. In totale la madre e il padre possono usufruire di 480 giorni di congedo che sono sfruttabili fino all’età di otto anni del bambino. Di questi 60 giorni spettano al padre e se non vengono sfruttati non sono trasferibili al partner, perciò andranno persi; lo chiamano “use it or loose it”. C’è anche un bonus di parità per i genitori che dividono a metà il congedo parentale sotto forma di detrazione fiscale. Attualmente più dell’80% dei padri svedesi utilizza il congedo parentale, al fine di potersi integrare adeguatamente all’interno del nuovo assetto familiare, sostenendo in molti casi la madre, spesso costretta ad affrontare da sola le nuove vicissitudini del nascituro.

Storia ben diversa quella italiana, dove il diritto del congedo parentale paterno è regolato dalla legge 53 del 2000, consentendo ad entrambi i genitori, se dipendenti e con figli minori di otto anni, di stare a casa per un certo periodo di tempo, subendo però una riduzione del salario. Per i padri, il congedo può durare dai sei ai sette mesi e consente di percepire un’indennità sino al 30 per cento dello stipendio, che viene erogata soltanto se il bambino ha meno di 3 anni. Il ministro del Lavoro Elsa Fornero ha introdotto l’obbligo di astenersi dal lavoro per tre giorni dopo la nascita del bimbo, senza variazioni di stipendio. In Italia la percentuale maschile è pari al 6,9%, un numero evidentemente ridotto, sia a fronte delle condizioni disagevoli, ma forse anche e soprattutto per una mentalità ancora troppo ancora a schemi arcaici, secondo cui la donna è l’unica depositaria dello sviluppo del bambino, soprattutto nelle prime fasi della propria vita.

Dati che alla mano ci portano ad interrogarci, ancora una volta, su una realtà che a livello giuridico e psichico risulta ben radicato, ma che trova ancora difficoltà nel piano applicativo. Questo rende conto di una difficile mentalizzazione, rispetto al concetto di genitorialità condivisa, la quale dovrebbe essere filtrata attraverso percorsi di sensibilizzazione, fin dai primordi dei processi scolastici.

La necessità dunque di una parità di genere, che passa anche attraverso la scoperta, e riscoperta della parità dei ruoli genitoriali, seppur nelle dovute differenze legato alle distinzioni individuali e soggettive.

(Foto: Johan Bävman)

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