Dati allarmanti soprattutto nel Sud Italia

Aborto e obiezione di coscienza:
troppi medici dicono “no”

di federica di martino | 11 febbraio 2015 | pubblicato in Attualità
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Sembra non arrestarsi il dibattito che attiene alla legge 194, che tutela dunque le donne nella possibilità di ricorrere alla Ivg (Interruzione Volontaria di Gravidanza), nonché alla possibilità per il personale medico e sanitario di dichiarasi “obiettori di coscienza”, esercizio di diritto che consente di rifiutarsi di prestare la propria opera di fronte ad interventi che si discostino da principi etici.

Numeri da capogiro, laddove rispetto al 1983, la percentuale di aborti praticati da non obiettori è solo 1,7%, mentre negli anni 80 raggiungeva il quasi il 3,5%. I medici che fanno obiezione sono aumentati del 20% raggiungendo picchi del 70%. Il Comitato Europeo dei Diritti Sociali, con decisione depositata il 10 marzo 2014,  ha condannato l’Italia per violazione dell’articolo 11 della Carta Sociale Europea che tutela il diritto alla salute, a causa dei troppi obiettori di coscienza che impediscono alle donne di ricorrere all’interruzione della gravidanza nelle ipotesi previste dalla legge n. 194 del 22 maggio 1978.

Ad oggi, tuttavia, il Consiglio di Stato, a seguito di un ricorso del Movimento per la vita e delle associazioni dei medici e ginecologi cattolici, ha sospeso l’efficacia di parte di un decreto del presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, quella con la quale “obbligava anche gli obiettori di coscienza impiegati nei consultori pubblici a rilasciare il certificato necessario a effettuare l’interruzione volontaria di gravidanza”.

La fotografia della situazione in Italia risulta allarmante, soprattutto nel Meridione. Per esempio, secondo gli ultimi dati rilasciati dal ministero della Salute relativi al 2012, in Molise il tasso di obiezione arriva all’87,9%. Tuttavia la Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194/1978 (Laiga), denuncia invece una percentuale pari al 91,3%.

Quali le conseguenze? Negli ultimi 30 anni il tasso di abortività risulta notevolmente diminuito (dal 17,2% del 1982 al 7,8% del 2012), ma di contraltare il numero di obiettori aumenta. Avere pochi medici disposti a procurare un aborto significa liste di attesa molto più lunghe, possibile insorgenza di complicazioni, viaggi tra regioni. È il caso di Bari, dove a metà marzo è rimasto un solo ospedale pubblico in cui abortire. Oppure quello del Policlinico Umberto I di Roma, dove sono presenti solo due medici non obiettori.

Tuttavia, come indicato dalla legge 194 “gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure  […] e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza […]. La regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale”; cosa che tuttavia nei fatti non avviene, a scapito dunque delle donne che sono costrette ad emigrare laddove sia possibile espletare i propri diritti. I dati non ci permettono tuttavia una valutazione ad ampio spettro, in quanto purtroppo sempre più si paventa il rischio di ritornare ad aborti clandestini, rischiosi per l’incolumità della persona anzitutto.

Una riflessione dunque che rimanda a diritti legati alla salute, che troppo spesso si trovano in contrasto tra di loro, e che sembrano sempre di più interrogarci sulle politiche di applicazione della legge 194. Una riflessione che possa garantire a ginecologi, anestesisti, ostetriche e infermieri, di applicare quello che è un loro diritto, ma che tuteli anzitutto la donna, senza ostacolarla, nell’applicare quello che oggi, è la propria libertà di scelta e autodeterminazione.

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