La sindrome di Munchausen

Psicologia, quando è la madre
a far ammalare il proprio bambino

di federica di martino | 24 dicembre 2014 | pubblicato in Attualità
Munchausen

Molto spesso è il genitore a causare la malattia del bambino, provocandogli volontariamente una sofferenza volta all’accudimento e alla cura, oppure lo sottopone ad estenuanti controlli medici volti al riscontro di qualsivoglia patologia. Questi gli ingredienti della sindrome di Munchausen per procura, sindrome ancora poco conosciuta e soprattutto difficile da diagnosticare, rendendo gli episodi riscontrati la punta di un iceberg.

Per analizzare il problema, gli esperti hanno preso in esame un campione di 751 bambini ricoverati nel reparto di Pediatria del Policlinico Gemelli dal 2007 al 2010, riscontrando 4 casi in cui sarebbero i genitori a provocare danni volontari al bambino, al fine di sottoporlo a cure e trattamenti potenzialmente dannosi. La quasi totalità dei casi riguarda in particolar modo la madre.

Quali i criteri per individuare questa sindrome? Anzitutto la malattia deve essere procurata dal genitore o da chi ne fa le veci (nonni, baby sitter, infermiere) , al fine di sottoporre il bambino ad estenuanti cure ed accertamenti. Il genitore inoltre tende a negare la conoscenza dell’origine della malattia del bambino, e l’acutezza della stessa diminuisce alla scomparsa di uno o di entrambi i genitori.

Come si manifesta questa sindrome? Molto frequente è l’attivazione di un’opera di suggestione per convincere il bambino di essere malato, oppure in casi peggiori producendo o inducendo sintomi attraverso la somministrazione di sostanze nocive. Al genitore non interessa curare la malattia del bambino di insorgenza naturale, che spesso viene anzi lasciata esplodere al fine di proporre cure più pesanti e aggravare la situazione del bambino; anzi spesso viene attuata la somministrazione di sale, droghe o altre sostanze nocive, al soffocamento, arrivando addirittura all’iniezione di feci, urina, saliva, e in particolare veleno di vari tipi.

Cosa spinge un genitore a procurare volontariamente del male al proprio figlio? Molto spesso il disturbo prende piede a partire da un disagio all’interno della coppia. Una crisi matrimoniale, oppure un disagio, può rappresentare un modo del genitore, in particolare della madre, per potersi vendicare del partner. Di contrantale provocare danni può rappresentare il tentativo disperato di ricongiungere la coppia disgregata. Ciò che sottende, nel profondo, a questo tipo di patologia, risiede in una profonda privazione del soggetto maltrattante durante l’infanzia. Spesso queste donne sono madri premurose, attente fino allo sfinimento ai bisogni del bambino; attraverso il ricovero e la cura esse indirettamente, come prolungamento del proprio figlio, sentono di ricevere l’amore e l’accudimento di cui sono state precedentemente private.

All’interno della famiglia il padre agisce come soggetto passivo, lasciando alla madre il potere decisionale; essa è abbastanza colta, appassionata all’ambito medico, e spesso collabora, durante il ricovero del figlio, con il personale medico, ampliando così il suo raggio di riconoscimento pubblico.

Nella madre gli aspetti patologici sono le reazioni paranoidi, la convinzione maniacale che il figlio sia davvero malato e la personalità sociopatica (si caratterizza con un fare persuasorio che permette di sfruttare gli altri violando le norme sociali e legali, senza provare alcun senso di colpa o rimorso).

Difficile risulta individuare questa sindrome, la quale risente soprattutto di conseguenze legali per la persona maltrattante. Consegue la necessità comunque di un supporto psicologico, raramente trattato farmacolagicamente, a cui associare un sostegno che permetta di metabolizzare e riacquisire gli elementi di una buona genitorialità.

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