Il 52% dei piccoli di due anni è esposto a fumo passivo

Problemi respiratori, un bambino su 5 è vittima del fumo passivo
Attenzione anche al fumo “di terza mano”

di valerio droga | 4 giugno 2014 | pubblicato in Prevenzione
fumo-passivo

Per iniziare a fumare c’è sempre tempo, un genitore lo sa bene. Nessuno darebbe del resto una sigaretta in mano a un bambino, ma quando si tratta di esporli al fumo passivo le cose cambiano e si creano gli alibi più patetici. Del resto sono ancora molti gli italiani che fumano in casa o, peggio, in auto, pur in presenza di bambini. Altri che fumano all’aperto e, rientrando in casa, prendono in braccio il proprio bambino senza cambiare i vestiti forse non sanno che li espongono a particelle altrettanto dannose. Un bambino su cinque tra quanti accedono agli ambulatori per problemi respiratori (tosse o broncospasmo) presenta infatti problemi legati al fumo di sigaretta passivo. Il dato emerge dal reparto di Broncopneumologia dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù.

A essere legate al tabacco non sono soltanto patologie respiratorie: una serie di studi ha dimostrato la correlazione tra il fumo di sigaretta e numerose malattie respiratorie, cardiovascolari, digestive e del sistema riproduttivo. Tra queste: asma, bronchite cronica ostruttiva, infarto e angina del cuore, ictus oltre al tumore del polmone.

Oltre al fumo attivo, anche quello passivo comporta dei rischi. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, sono presenti circa 1,2 miliardi di fumatori adulti che producono fumo ambientale o di “seconda mano”, come viene anche definito in Inghilterra, al quale circa la metà dei bambini è esposta. Studi eseguiti in Italia, hanno dimostrato che il 52% dei bambini nel secondo anno di vita è abitualmente esposto al fumo passivo. Il 38% degli esposti ha almeno un genitore che fuma in casa. Riguardo all’esposizione al fumo nelle famiglie italiane, invece, gli ultimi dati Istat disponibili riportano che il 49% dei neonati e dei bambini fino a 5 anni è figlio di almeno un genitore fumatore e il 12% ha entrambi i genitori fumatori. Circa un neonato su 5 ha una madre fumatrice.

Per quel che riguarda il fumo attivo, sempre secondo Istat, l’inizio precoce (prima dei 14 anni) è più frequente tra gli uomini: il 6% di loro ha cominciato prima del quattordicesimo anno d’età, contro il 3,7% delle donne. Il fumo di sigaretta risulta essere dannoso per la salute del bambino in tutte le sue forme: attivo, passivo e di “terza mano”.

Fumo di terza mano, di che si tratta? “Accanto al fumo attivo e passivo, di “prima” e “seconda mano” – spiega Renato Cutrera, responsabile dell’unità di Bronco-pneumologia del Bambino Gesù – esiste anche quello di “terza mano“: vale a dire quello di cui si impregnano gli abiti del fumatore. È il caso di una madre che accende una sigaretta sul balcone di casa, così da non viziare l’ambiente domestico. Lì per lì evita l’inquinamento ‘passivo’, ma poi rientra nell’appartamento con i vestiti impregnati, prende in braccio il suo bambino e gli fa comunque respirare sostanze tossiche. Non è così semplice cercare di sensibilizzare le famiglie anche nei confronti di quest’ultimo aspetto”.

Eppure, come abbiamo già denunciato dalle nostre pagine, è pericoloso almeno quanto quello diretto: si deposita sulle superfici più porose, tessuti in primis, e col tempo diventa più tossico, liberando nell’aria nicotina e altre particelle molto dannose. E se qualcuno dirà che non può rimettersi certo in circolazione basta obiettare che se sentiamo nell’aria cattivo odore, senza bisogno di dover poggiare il naso direttamente sul tessuto, vuol dire che queste particelle sono nell’aria e le stiamo respirando, che ci piaccia o no. Il fatto, poi, che un fumatore non ne percepisca la presenza è assolutamente normale, visto che avrà i polmoni stessi permeati di fumo e nicotina e dunque impossibilitato ad avvertirne l’odore.

Massima allerta anche per il fumo in gravidanza: “È dimostrato che in caso di madri fumatrici, il peso del bambino alla nascita è inferiore rispetto a quello dei figli di madri non fumatrici”. Tra i neonati, il fumo passivo si rivela anche un importante fattore di rischio della Sids (Sindrome della morte improvvisa del lattante), meglio conosciuta come la “morte in culla“. La Sids si presenta maggiormente nei mesi invernali, quando le malattie virali sono più diffuse. Benché le cause dirette sono sconosciute, è stato dimostrato che riducendo l’esposizione pre e post natale al fumo si abbassa in maniera sostanziale il rischio di Sids. È stato calcolato che l’eliminazione completa del fumo passivo porterebbe a una riduzione di circa un terzo delle morti in culla.

Il tabagismo costituisce un importante fattore di rischio anche per la malattia ischemica cardiaca. “La cardiopatia ischemica – afferma Attilio Turchetta, responsabile di Medicina dello sport del Bambino Gesù – rappresenta la principale causa di morte per malattia cardiovascolare provocata dal tabagismo: 64% negli uomini, 60% nelle donne. Certamente tra i ragazzi l’attività sportiva allontana dal vizio. Può accadere che chi pratica sport a 14 anni, una volta adulto possa essere ugualmente esposto a cardiopatia ischemica se nel tempo è diventato un fumatore abituale”. In una ricerca del 2011 pubblicata sulla rivista ufficiale della Società italiana di tabaccologia (Sitab) è stata studiata l’abitudine al fumo su un campione di mille alunni in Lombardia: a 12 anni il 15% di loro ha sperimentato il fumo di sigaretta e quasi un sesto supera la quota convenzionalmente stabilita (5 pacchetti l’anno) per indicare l’uso abituale. In quinta elementare circa il 5% dei bambini ha provato a fumare (di questi il 60% è maschio)”.

Nella lotta al tabagismo le sigarette elettroniche possono rappresentare “un aiuto alla disassuefazione”, a patto che il loro utilizzo avvenga sotto controllo medico e che il prodotto sia a norma di legge. “Niente ‘fai da te’ – osserva Renato Cutrera – il materiale delle cartucce deve essere di provenienza certa e queste non vanno mai lasciate alla portata dei più piccoli. In America, dove il fenomeno si è manifestato prima rispetto all’Italia, sono in aumento i casi di intossicazione da ingestione di queste sostanze”.

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