Smog e mortalità

Inquinamento dell’aria: i limiti dell’Ue non bastano
Le polveri sottili uccidono più di quanto si pensi

di oggisalute | 16 dicembre 2013 | pubblicato in Prevenzione
smog

Che lo smog facesse male alla salute non è certo una novità. Che le cosiddette polveri sottili, in particolare, si depositassero nei polmoni favorendo l’insorgenza di tumori e altre patologie abbastanza gravi è anche risaputo, ma la novità è che uno studio, condotto su vasta scala in più Paesi dell’Europa e durato 14 anni, oggi ne conta i danni in maniera esatta e quanto emerge è più grave di quanto potessimo pensare. Anche le soglie massime stabilite dall’Italia e dall’Unione Europea (per altro spesso sforate in molti comuni) non sono sufficienti a garantire la salute dei cittadini. Inoltre le stime effettuate fino a questo momento si basavano su studi condotti prevalentemente in Nord America.

Lo studio in questione, pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale Lancet, ha esaminato oltre 360 mila residenti in grandi città di 13 Paesi europei. Lo studio stima che per ogni aumento di 5 µg/m3 nella media annuale di esposizione a particolato fine (le particelle di diametro inferiore a 2,5 micron, PM2.5) ci sia un aumento del rischio di morire per cause non accidentali del 7 per cento. Per intenderci, una differenza di 5 µg/m3 può essere quella che c’è tra un posto con molto traffico e uno non influenzato dal traffico in una città. I risultati dello studio possono validamente essere utilizzati per le valutazioni di impatto sulla salute.

I ricercatori hanno utilizzato i dati dello studio Escape  (European study of cohorts for air pollution effects, coordinato dalla Università di Utrecht in Olanda), che ha unito i dati di 22 studi longitudinali europei, per un totale esatto di 367.251 persone analizzate. Le concentrazioni medie annuali degli inquinanti (ossidi di azoto e particolato) sono state stimate alla residenza dei soggetti utilizzando modelli di regressione land-use: sono state raccolte informazioni sull’intensità di traffico della strada della residenza e sul carico totale di traffico nei 100 metri attorno alla residenza. I soggetti in studio sono stati seguiti per circa 14 anni e 29.076 sono morti per cause non accidentali.

In Italia, lo studio è stato condotto a Torino (dal Centro per l’epidemiologia e la prevenzione oncologica in Piemonte della Città della Salute e della Scienza – Università di Torino), a Roma (Dipartimento di epidemiologia del Lazio) e a Varese (Istituto nazionale tumori di Milano) e ha coinvolto circa 31 mila persone. Hanno collaborato allo studio numerosi enti tra cui le Agenzie ambientali dell’Emilia-Romagna e del Piemonte.

I risultati mostrano che il particolato fine è l’inquinante più dannoso, anche per concentrazioni sotto i limiti consentiti dall’attuale legislazione europea. L’associazione tra esposizione prolungata a particolato e mortalità esiste anche tenendo conto di diversi fattori individuali come l’abitudine al fumo, lo stato socio-economico, l’attività fisica, il livello di istruzione e l’indice di massa corporea.

Secondo gli autori della ricerca: “I risultati suggeriscono un effetto del particolato anche per concentrazioni al di sotto dell’attuale limite annuale europeo di 25 µg/m3 per il PM2,5.  L’Organizzazione mondiale della sanità propone del resto come Linea guida 10 µg/m3 e i suddetti risultati supportano l’idea che avvicinandoci a questo target si potrebbero raggiungere grandi benefici per la salute delle persone”.

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